Storie di ex, Como-Roma: eroi del nostro calcio, figure storiche e l'uruguaiano di cristallo
Le storie di Vierchowod, Tempestilli e Fonseca nel percorso tra Como e Roma

Vierchowod: dall'esordio a Como, allo scudetto a Roma
La prima partita in Serie A di Pietro Vierchowod è con la maglia del Como: 14 settembre 1980, Como-Roma. I lariani perdono 1-0, ma per quel difensore centrale sarà l'inizio di tutto.
A Como resta cinque anni, dalla Serie C alla Serie A, costruendo le fondamenta della sua carriera. Nel 1982 passa alla Fiorentina, ma viene subito girato alla Roma in prestito. Con i giallorossi gioca 30 partite di campionato e vince lo scudetto 1982-83, il secondo della storia romanista.
Più tardi definirà quella Roma "la squadra più forte in cui abbia mai giocato": Falcao, Conti, Ancelotti, Pruzzo. Ma a Roma resta un solo anno. La Sampdoria lo riprende e lui diventa il simbolo di Genova per dodici stagioni: quattro Coppe Italia, una Coppa delle Coppe, un altro scudetto. Nel 1995 va alla Juventus e l'anno dopo alza la Champions League. 562 presenze in Serie A, 38 gol, un Mondiale (1982, senza scendere in campo).
Como è il punto di partenza, Roma la nota a piè di pagina del suo primo trofeo. Ma la vera casa di Vierchowod non è una città: è il ruolo di centrale difensivo.
Tempestilli: sei anni a Como, ventisei a Roma
La storia di Antonio Tempestilli prende un'altra direzione. Veste la maglia del Como per sei anni, dal 1981 al 1987, diventando uno dei simboli di quella squadra stabilmente in Serie A. Poi, nel 1987, il passaggio alla Roma: resterà in giallorosso ventisei anni, sei da calciatore e il resto tra settore giovanile e dirigenza.
Il suo soprannome è "Cicoria". Glielo affibbiano i romani. Lui ne dà due versioni: o perché in campo era dappertutto, "come la cicoria"; o perché, con pochi capelli in testa, la testa sembrava appunto un cespo di cicoria. In entrambi i casi, c'è dentro tutto l'umorismo e l'affetto di Roma.
Con la Roma vince la Coppa Italia 1991 e gioca sei stagioni. Poi non se ne va: allena nel settore giovanile, diventa team manager, resta fino al 2019. Alla fine arriva anche un contenzioso legale con il club, ma prima di allora ci sono trentatré anni passati quasi interamente a Trigoria.
Como gli ha dato il palcoscenico della carriera, Roma gli ha dato una casa. Tempestilli ha scelto di restare a casa.
Fonseca: a Como l'addio, a Roma il passaggio
Daniel Fonseca percorre la strada più "da attaccante". Parte dal Nacional Montevideo, nel 1990 è a Cagliari, due anni dopo al Napoli, nel 1994 alla Roma. L'operazione costa ai giallorossi 17,5 miliardi di lire più il cartellino di Benito Carbone, per un totale di circa 25 miliardi. Sensi lo chiama "una Ferrari".
Nei tre anni romani i numeri non sono male: 65 presenze in Serie A, 20 gol, con 8 reti in ciascuna delle prime due stagioni. Ha velocità e tecnica, ma un fisico di cristallo. Il Fonseca che a Napoli aveva segnato cinque gol in una sola partita contro il Valencia si vede solo a lampi. Nel 1997 passa alla Juventus, dove conquista gli unici trofei della sua carriera italiana: la Supercoppa 1997 e lo scudetto 1997-98.
Poi gli infortuni lo divorano. Nel 1999-2000, in bianconero, non colleziona nemmeno una presenza in campionato. Torna in Sudamerica, al River Plate. Nel 2002-03 è di nuovo in Italia, al Como appena promosso in Serie A: due partite e poi il ritiro definitivo.
Como è l'ultima tappa da calciatore, Roma quella più lunga e più rimpianta. Il talento di Fonseca non è mai stato pienamente espresso, ma chi l'ha visto giocare ricorda ancora quei rari momenti in cui la "Ferrari" premeva sull'acceleratore.


