Roma–Inter 2-2 — Una partita da Premier League, uno spot per un calcio che troppo spesso si accontenta
La prova è matura, consapevole, da squadra che sa stare dentro le difficoltà e dentro il ritmo di una grande sfida

Partita da raccontare a mente fredda, quando l’adrenalina si è abbassata ma il rumore dell’Olimpico continua a vibrare nelle orecchie. Roma–Inter è stata una sfida che sembrava uscita da un pomeriggio inglese: ritmo altissimo, squadre a viso aperto, transizioni continue, errori da ambo le parti, colpi di classe ed emozioni a non finire. Una rarità per una Serie A che fatica a produrre spettacolo e proprio per questo ancora più preziosa.
Lo Stadio Olimpico è quello delle grandi occasioni: pieno, vivo, compatto, con un intero popolo al fianco della squadra come recita lo striscione in Curva Sud. La Roma parte come ci ha abituato in questa stagione. Pressione feroce su ogni pallone, linee alte ma mai sbilanciate, ritmo che diventa carburante per il pubblico trasformato in un motore aggiuntivo.
Dybala illumina subito la scena. Tocchi di tecnica sopraffina, giocate che fanno sembrare semplice ciò che non lo è, leadership totale dalla metà campo in su. Eppure, nel paradosso di questo inizio stagione, sbaglia proprio dove di solito è chirurgico: un paio di conclusioni sul suo sinistro, quelle che negli ultimi anni entravano quasi per abitudine. Non si è ancora sbloccato, ma resta il giocatore che dà forma e identità alla Roma arrivando anche a rincorre gli avversari fino alla linea difensiva.
Koné vive una serata da protagonista assoluto e fuori dal suo copione abituale: due gol, evento più unico che raro per uno che non tira praticamente mai. Manu ci arriva, ci crede, ci va. La solita sostanza a centrocampo stavolta viene abbinata ad un'intraprendenza sontuosa, trasformata in concretezza e in una doppietta che pesa come un manifesto.
Dietro, Balerdi giganteggia. Sempre più dominante, sempre più sicuro, sempre più riferimento e sempre meno una sorpresa. Svilar prende due gol, sì, ma ne evita altrettanti con parate che sono autentici miracoli: riflessi, coraggio, controllo. Una sicurezza che non vacilla nemmeno nelle sfide più complicate.
La Roma chiude il primo tempo come una squadra che può vincere contro chiunque. Poi, come troppo spesso accade, arrivano quelle amnesie di inizio ripresa che riaprono la porta agli avversari. L’Inter entra meglio, approfitta, colpisce. Mancini è la nota dolente di questa fase: appare meno brillante, spesso in difficoltà nei duelli e nelle letture come quando perde una palla sanguinosa da cui parte la rimonta interista. E nel momento in cui la Roma potrebbe chiuderla, Malen trova il volto di Martinez invece della porta: un tiro che avrebbe forse scritto un finale diverso.
Gasperini sa che è più importante non perdere che provare a vincerla a tutti i costi: cambia praticamente l’intera linea difensiva, rivoluzionando uomini e assetto. Scelte forti, che raccontano una gestione coraggiosa e senza paura.
E alla fine, con la doppietta di Lautaro che fissa il tabellino sul 2-2, c’è rammarico ma non un risultato da archiviare come due punti persi.
La prova è matura, consapevole, da squadra che sa stare dentro le difficoltà e dentro il ritmo di una grande sfida. Una Roma che non si nasconde, che risponde colpo su colpo, che gioca un calcio coraggioso.
Siamo primi. E ci restiamo per tutta la sosta. Ce la godiamo da lassù, con la sensazione che questa squadra abbia davvero qualcosa da dire e possa farlo già dalla sfida di Como.


